Il rifugio di Ilia.

10/11/2007




             Ieri... Oggi...

Dolce lo sciabordio
dell’onda
sul corpo arso di sole, che,
avido,
beve e si disseta.
E d’improvviso
la fresca trasparenza
si fa rabbiosa.
L’onda sbatte a riva e
tutto risucchia,
sassolini levigati e
aspri…

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10/09/2007

      

Abitare il tempo

Tic…tac…
Tic…tac…
nel silenzio cupo,
fitte assordanti al cuore.
Tic…tac…
Tic…tac…
in lenti giri
muti ruggiti di ricordi.
Tic…tac…
Tic…tac…
Danza indecente
di molli fantasmi.

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18/06/2007

 Pensieri rarefatti
  questa notte,
  mute parole.
Tante, vuote,
  mendaci,
  urlate nel giorno.
Solo,
  un silenzio  greve,
  sul quale fluttuare
  leggera, aspettando
domani…


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07/06/2007



Scaraventata nella vita,
precipitata nel tempo,
stritolata da una trappola
mortale,
 
annaspo in un mare in burrasca, 
travolta da onde titaniche,  
che cancellano ogni orma di vita,               
mendace.

Miserie, ambiguità,     
lusinghe, vanità,
vacue realtà
urlate nel vento                     
che lontano ulula.
 
Sola,
nell’estasi dell’Indifferenza,
unica, suprema libertà,
cadrò dal tempo,
mio despota, mio carnefice.
  

                         

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23/05/2007

Nero,
uno stormo
Si leva dall’esiziale 
Mucchio del pattume
in terra e,
agonizzante,
si disperde 
nell’azzurrità.
  



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08/05/2007




Ho sentito 


la voce del silenzio.
Era il gemito del vento
tra i rami nodosi di alberi
scheletriti;
era il lamento dei gabbiani
sulla cresta dell'onda
schiumeggiante;
era il grido strozzato di abime
veganti;
era lo sguardo tuo perso
nel vuoto,                        
il mio,
naufrago nel gran mare
del nulla...
E' la voce dei ricordi,
incancellabili!
 

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13/04/2007



Sono qui! Ma torno, presto. 

postato da ilianetto2 20:44 | commenti (17)

21/03/2007

La coppia felice, Sandra e Angelo, così li definivano gli amici, per il loro rapporto, così pieno, con totale condivisione di vita, da qualche tempo non erano più tanto felici, al contrario… Qualcosa s’era incrinato nel loro rapporto: lunghi silenzi, domande non espresse, risposte non richieste… sembrava che ciascuno vivesse la propria vita, pur continuando a stare insieme. Lei, Sandra, spesso, almeno tre volte la settimana, più o meno nelle stesse ore, si allontanava dal lavoro, senza dare alcuna spiegazione, o adducendo dei pretesti che, in breve, si rivelarono inconsistenti, e spariva per interi pomeriggi; lui, Angelo, pur avendo notato queste strane, quasi furtive sortite della moglie, fingeva di non accorgersene, e, amandola molto, temendo di scoprire qualche triste, amara verità, dissimulava la sua angoscia, ostentava un’indifferenza che era ben lontano dal sentire. E i loro incontri si riducevano sempre più, consumati da quei testardi quanto assurdi silenzi. Si erano sempre detto tutto, fino a qualche tempo prima! Cosa mai aveva potuto cambiare il loro splendido rapporto? Sandra avrebbe voluto, dovuto parlargli, dirgli la verità, circa le sue “fughe”, ma non osava, temeva le sue reazioni, voleva prima essere sicura della svolta che stava per dare alla sua vita, che inevitabilmente avrebbe coinvolto la vita di lui; Angelo, a sua volta, che osservava, pur con circospezione, il volto di lei radioso, ad ogni suo rientro, gli occhi sognanti, rifuggiva da qualsiasi tipo di approccio, per viltà, per timore di perderla definitivamente. E il tempo passava, e le cose tra loro non mutavano: indifferenza da parte di lui, sotterfugi, stupide, prevedibili bugie da parte di lei. E come avrebbe potuto parlargli della gioia che provava per ogni minuto passato con lui, della sua dolcezza, di quello sguardo adorante, dell’amore che li legava ormai tanto da non poter più sopportare di stare l’uno lontano dall’altra! Erano intanto passati molti mesi, in questa condizione di assurda convivenza, e i turbamenti di entrambi si erano trasformati in una sorta di doloroso rancore reciproco, finchè, allo stremo della sopportazione, Sandra decise che era arrivato il momento della verità. Era una dolce, serena sera di maggio, seduti in giardino, circondati dai fiori appena sbocciati, dal profumo inebriante, silenziosi come ormai da molto tempo, solo poche, indispensabili battute, sorseggiavano svogliatamente una bevanda e Sandra fece un lungo respiro, come prima di una corsa, e cominciò a parlare, prima sommessamente, poi sempre più appassionata del loro rapporto, della loro vita, del suo incontro puramente casuale…egli, col cuore in tumulto, non riuscì a sentire più nulla, era terrorizzato, solo gli giunse, come un’eco lontana “domani…”. Annuì col capo, poi si alzò e “a domani, allora” disse. Quella parola gli ronzò nella testa per tutta la notte. Che cosa sarebbe accaduto l’indomani?, l’avrebbe lasciato per l’altro? Era sicuro ormai che c’era un altro. E non si sbagliava. L’indomani Sandra andò nel suo ufficio,  non sola,  e gli disse “ti presento Antonio! Se anche tu lo vorrai, potrà essere parte di noi...” Angelo, frastornato, incredulo, felice, guardò quel bambino dagli occhi di un colore indefinibile, dolci, che esprimevano tutto il suo desiderio di ricevere e dare amore. Era un bambino di circa dieci anni, affetto dalla sindrome di down che lo guardava con fiducia e speranza, e quello sguardo che aveva fatto innamorare a prima vista sua moglie, fece innamorare anche lui con la stessa rapidità di un fulmine guizzante. Li abbracciò entrambi, con gratitudine, e, semplicemente, affettuosamente, disse “andiamo a casa, è ora di pranzo!” Ricominciava la vita, anzi una nuova vita, certamente arricchita, di amore più grande, più consapevole.

postato da ilianetto2 18:20 | commenti (20)

21/02/2007

 “Addio, amore mio!

Oggi è il nostro primo anniversario, e sarà anche l’ultimo!

Una pena infinita mi scava dentro; un dolore inenarrabile, formulare, sentire dalla mia stessa voce queste tre parole, aspre come note stonati, pesanti come macigni, amare come veleno!  

Non era con questo triste, definitivo saluto che immaginavo, speravo di rivolgermi a te, ora.

Non posso seguirti, per quanto grande, profondo, sia il mio amore per te, né  voglio che tu rinunci ai tuoi sogni, alle tue aspirazioni, ai tuoi progetti…     

La nostra bella strada, illuminata dal sole, rischiarata dalla luna, è giunta al fatale bivio, e, in questa biforcazione, scura, ciascuno di noi prenderà il suo viottolo, quello che non noi, ma le leggi della vita c’impongono. Né ci si può sottrarre: i nostri imperativi morali si diversificano…

Mio padre, ora che la mamma ci ha lasciati, è come un bambino indifeso, confuso… Dell’uomo fiero e coraggioso e forte e autoritario e autorevole non sono rimaste che macerie. Sento che devo stare al suo fianco!     

E tuttavia non il dovere, bensì l’amore che nutro per lui mi porta a preferire un dolore immane che porti a lui serenità, ad una gioia altrettanto immensa, che accresce in me la sofferenza. So che il pensiero di te mi accompagnerà, sempre, nei giorni che verranno, quale che sia il mio futuro, se lo avrò,  come so che col tempo all’angoscia della rinuncia succederà una struggente nostalgia di ciò che poteva essere e non è stato...

Quanti sogni, quanti progetti, in questo lungo e pur breve anno, infranti, caduti per l’accanimento di un destino avverso!

Il dono più grande, l’unico che possa farti, oggi, come prova assoluta del mio amore, è questo: ti lascio volare sulle ali della libertà che da sempre si agitano in te, frenetiche. Vivi la tua vita, mio dolce, impossibile amore, e asseconda le tue naturali, nobili inclinazioni.

Ti lascio, con la morte dentro, ma nel convincimento che entrambi conserveremo, in un angolino del nostro cuore, nel nostro più prezioso cassetto della memoria una parte, anche infinitesimale, ma viva ed immortale di noi stessi, del sentimento che ci ha visti felici e tristi, speranzosi e disperati.”  

Su queste ultime, struggenti parole Tonia, la figlia ventenne di Giulia, ripiegò la copia ingiallita di una lettera della sua splendida, meravigliosa, straordinaria mamma, scomparsa solo due settimane prima, e una lacrima pungente le solcò il viso stanco, provato, e scivolò su quella pagina…

Sentì, alle sue spalle, dei passi strascicati; si ricompose, lasciò scivolare furtivamente il foglio appena letto in tasca, e si girò verso l’uomo fermo sulla soglia con aria smarrita, curvato nel fisico più dal dolore che dal tempo. Tonia si alzò, gli occhi ancora umidi, amorevoli, cinse suo padre in un abbraccio tenero, stretto, in una completa fusione di dolore, di amore e disse “Ci sono io, non temere!”

L’uomo, rassicurato, uscì com’era entrato, silenziosamente.

Tonia si sedette di nuovo sulla poltroncina di raso azzurra, quella dove a volte trovava la madre accoccolata, come raggomitolata su se stessa, e, pur non richiamati, i ricordi, tanti, le affollarono la mente. Non solo ricordi di fatti, di avvenimenti, ma di sensazioni, sue, di espressioni, della madre, cui non aveva mai saputo dare una spiegazione. E ricordò i suoi splendidi occhi verdi illuminarsi di colpo di una luce sfavillante, o velarsi all’improvviso di un guizzo di malinconia; rivide la sua aria a volte trasognata, o assente, o immersa in un silenzio quasi religioso, come fosse in un’atmosfera altra; e ne comprese l’emozione sulle note e sulle parole di una vecchia canzone di Mina  "un anno d’amore…” che si diffondevano nel suo studio, quando era o credeva di essere sola!!!

Capiva finalmente ciò che le era stato così a lungo incomprensibile. Ma, soprattutto, capì quell’ultima parola, biascicata, indecifrabile uscita dalle labbra bianche della mamma morente: Mirko, Il nome del suo primo, indimenticato amore.

Eppure ella aveva amato suo padre! Tonia lo sapeva, aveva letto tante volte nel suo sguardo, pur talvolta triste, la dedizione, l’amore, la gioia di stargli accanto, la comprensione, la fiducia...

E si chiese, sgomenta, “ si possono amare due persone contemporaneamente, con la stessa intensità, diversa?!”

Non seppe rispondersi!

E dentro le rimase l’eco di un presagio…

                         

postato da ilianetto2 19:58 | commenti (11)

16/01/2007

Un “cane sciolto” è come una “mina vagante” può esplodere da un momento all’altro, o rimanere inesplosa, senza provocare alcun danno, ma va comunque rimossa con cautela. Così Quel cane, nel timore che possa essere pericoloso, viene catturato, imbrigliato, anche se è totalmente inoffensivo.

Una “voce fuori dal coro” è come una nota stonata, stridente, altera l’armonia dell’insieme; la melodia patisce! Bisogna portarla dentro!

Sono necessarie, è vero, per un’esatta e armoniosa lettura di uno spartito, la conoscenza della grammatica musicale e delle sue regole, e la combinazione matematica delle note sui righi e negli spazi. Ma alle tante regole si accompagnano altrettante eccezioni che, pure, è necessario conoscere. E se “la nota stonata” è un’eccezione? E se “la voce fuori dal coro” è un solista? Un orecchio attento, un esperto di composizione musicale, un Maestro di musica sanno distinguere Quella nota, Quel solista, e li rispettano!   

Nello spartito della vita e delle sue regole, che, come le regole che governano la musica, si DEVONO osservare, rispettare, pena la messa al bando, alla gogna, al pubblico ludibrio, l’emarginazione, chi si assume o si arroga il ruolo di Maestro?

Si potrebbe rispondere “il senno, il buonsenso!”

Ma questi sono universalmente validi, o non sono piuttosto delle convenzioni comuni, sociali, da cui, in certi casi, in contesti particolari, è possibile derogare?   

In ogni circostanza della vita, bella o brutta, piacevole o spiacevole, felice o dolorosa, talvolta accade che da un insieme concorde e uniforme nell’espressione dei sentimenti e delle emozioni, spunti, improvvida e improvvisa, evanescente e tangibile, timida e forte, la “voce fuori dal coro”, che lascia quantomeno interdetti gli altri, quelli “normali”. E allora, due le strade percorribili per la povera piccola-grande voce: adeguarsi alla massa, e intonare il proprio canto, la propria voce alle altre del “legittimo” coro e soffocare la propria individualità, quella libertà del cuore e del pensiero che sono patrimonio personale di tutti, o, proprio nel nome di questa inalienabile libertà, tenersi fuori, un gradino più sù, o più giù, a seconda dei punti di vista, e bere fino in fondo l’amaro calice dell’essere se stessi.

Il “buonsenso” mi suggerisce spesso, anche in situazioni di disagio emotivo, di scendere a patti con il coro, entrarvi, pur senza partecipare al “comune canto”, e cedo... e la sofferenza è maggiore dei patimenti del “cane sciolto”, inseguito, afferrato, bastonato, rinchiuso in un angusto canile.

Ed è impossibile, o molto, molto difficile uscirne!!!

 

                                

 

 

                                               

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