29/09/2005
Ci sono momenti in cui l’essere umano è attanagliato da una così insaziabile fame d’amore, che nemmeno le tre bocche del dantesco Cerbero riuscirebbero a soddisfare!
E sono proprio questi i momenti in cui, scarno, emaciato, egli si trascina alla ricerca affannosa di qualcosa che possa in qualche modo attenuare quell’inedia che lo domina sempre più. E se e quando gli viene offerto del “cibo”, anche se si tratta di avanzi o di sporadici rigurgiti di bontà, egli lo divora con quell’avidità propria di chi troppo a lungo è stato dilaniato dai feroci morsi della fame, e porta sul viso e sul corpo i segni evidenti, deformanti della sua astinenza, non volontaria.E infinita è la sua gratitudine nei confronti di chi gli ha, anche se temporaneamente, salvato la vita. Poi, dopo i primi benefici, ecco ripresentarsi il “problema” in tutta la sua drammaticità, e la storia si ripete fino a quando non sia riuscito, non in modo precario, ma definitivo, a risolverlo il suo “problema”, con un aiuto non occasionale, né “di facciata”.
Eppure egli sa che la sua fame esiziale non potrà essere in alcun modo soddisfatta in modo definitivo, perché la “sorte” ha tracciato per lui, indelebile, una linea di demarcazione che lo separa dal resto del mondo…
Allo stesso modo colui che vive momenti tristi, dolorosi ha un disperato bisogno di amore, di sostegno, di solidarietà, di presenze fatte di parole, anche di silenzi, non “analgesici” una tantum, ma “terapia” stabile, purchè discreta. Solo così egli può sperare in una tregua dal suo dolore. Quando mancano le giuste connotazioni, quando “l’autenticità” dei sentimenti è solo simulazione, anche ben riuscita, questi vengono vanificati nell’atto stesso della loro espressione, anche la più convincente…
Nel contempo, paradossalmente, egli cerca una solitudine, che, pure, gli è intollerabile, perché, non homless per scelta, egli sa che la sua casa, vuota, non esiste più!
L’uomo, vittima consapevole o anche inconscia delle sue contraddizioni diventa il “punitore di se stesso!!!
21/09/2005
Quale scampo
per chi accede alla sua ultima
solitudine,
e sprofonda
negli abissi del nulla?!
Indeciso, dilaniato,
si trascinerà,
malato del tempo,
nel suo ultimo divenire!
14/09/2005

Giustizia ingiusta...
“…Questa corte la dichiara non colpevole…”
Queste parole fanno scendere un silenzio surreale nell’aula di tribunale. Solo un pianto, sommesso, continuo, e due parole, ripetute in tono incredulo “ non colpevole, non colpevole?!”
L’imputato, l’ingegner Alessandro Marra, in piedi, ascolta, impavido, protervo. Con occhi di ghiaccio guarda i presenti, soffermandosi, un attimo eterno, su due donne, impietrite, sedute l’una all’estremità dell’altra.
Due donne, due sofferenze: incredula, rabbiosa, l’una, sbigottita, sgomenta, l’altra. Poi, accompagnato dai suoi legali, due principi del foro, si dirige verso l’uscita. Il suo incedere, il suo atteggiamento sono sprezzanti, le spalle dritte, in tutta la sua altezza, il passo sicuro, tronfio, quasi andasse a ritirare un premio Nobel. Poi sparisce, e la sala si svuota, lentamente.
Due anni prima.
Wilma aveva conosciuto Alex in una circostanza insolita: stava per essere investita da un’auto di grossa cilindrata, quella dell’ingegnere, che aveva frenato appena in tempo, ed era sceso dalla vettura per accertarsi che non le fosse successo nulla. A parte lo spavento, la ragazza, bellissima, ora la vedeva da vicino, non aveva subito alcun danno nello scivolare sul terreno bagnato, per scansare l’auto che era sbucata all’improvviso. Egli si presentò, si scusò, era “costernato”, disse, “cosa poteva fare per lei?” chiese. Wilma, alquanto intontita, rispose che andava tutto bene, alzandosi, aiutata da una mano premurosa, ricomponendosi. Quello, allora, rimontò in auto, e ripartì. Il giorno successivo Wilma si vide recapitare a casa un bellissimo fascio di rose scarlatte, dal gambo lungo, robusto, accompagnato da un laconico biglietto, senza firma “ mi ha perdonato?”La ragazza, che ne aveva intuito la provenienza, ne fu sorpresa e felice insieme.
L’ingegner Marra, Alex, per gli amici, e ne aveva tanti, persone importanti quanto e più di lui, abitava in una ridente cittadina del nord, nei pressi del lago di Como, in una bellissima villa, immersa nel verde, con prati all’inglese, ben curati, fiori variopinti che creavano un forte, gradevole contrasto col verde d’intorno. Qui egli viveva, felice, amato, rispettato, con la sua famiglia, la moglie e due figli, adolescenti. Era dirigente di un’importante azienda, a Milano, e, per non fare il pendolare, aveva comprato qui un appartamento dove si era stabilito. Impegni “di lavoro” permettendo, il venerdì sera tornava dalla sua famiglia, alla quale era, a modo suo, molto legato.
L’ingegnere, fuori del suo ambiente familiare, viveva una vita parallela, turpe, spregevole, da vero “mister Hide”: era in un grosso giro di prostituzione e di droga; un falco, e come ogni uccello predatore, sempre a caccia di prede, perché la sua “attività” fosse sempre più redditizia. Il tutto nella massima riservatezza e con la scaltrezza di una volpe. Ora la vittima designata era Wilma, incontrata per sua fortuna, e per massima sventura di lei, per puro caso. L‘uomo, del tutto privo di scrupoli, seppe sfruttare a suo vantaggio, per i suoi sporchi scopi quell’occasione, che saliva direttamente dall’inferno, e lì conduceva…
Usò tutte le arti in suo potere, dall’abilità alla tenacia, alla pazienza, alla dolcezza; Corteggiò, adulò, circuì la ragazza che, lontana anni luce dalle vere mire di quell’uomo così “compito e corretto, e discreto”, ben presto si ritrovò innamorata. D’altronde fu facile preda per un uomo dall’aspetto così rassicurante, dai modi così amabili, così pieno di premure, una giovane donna catapultata dalla quiete della provincia, al caos della grande metropoli. Per giunta, sola, senza alcun parente né vicino, né lontano. L’ingegnere aveva cura dei particolari! Egli le confessò, dopo qualche tempo che avevano preso a frequentarsi, che non poteva vivere senza di lei, ma nel contempo, con una disarmante sincerità, così parve a lei, ingenua, aggiunse che non poteva lasciare la famiglia, essendo la moglie invalida, e bisognosa di lui. Wilma ne rimase colpita, e ancora una volta non potè che apprezzarlo e innalzarlo agli onori dell’altare della generosità, dell’abnegazione…e accettò di vivere nell’ombra, nella “grande casa” che lui aveva preso per lei.
Ebbe così inizio la sua fiaba, che, così le parve “dopo”, durò il tempo di un battito di ciglia.
Ben presto la fiaba si trasformò in incubo.
All’improvviso, non ebbe neppure il tempo di rendersene conto, tutto cambiò: il suo amato e amante divenne il suo aguzzino, il suo carnefice, il suo carceriere, e lei, per non cadere sotto i sempre più forti e continui colpi della sua violenza, non osava ribellarsi.
E la sua vita divenne un inferno: un oggetto ludico insieme ad altri oggetti come lei, che sudavano sangue e rabbia impotente. Era allo stremo delle forze e della sopportazione di tante angherie, quando, le venne offerta l’opportunità di liberarsi e ribellarsi: una banale influenza, che la teneva temporaneamente al riparo dalle bramosie dei lupi, le diede il coraggio di scappare e di andare, febbricitante, dolorante, nel corpo e nell’anima, a denunciare l’ingegner Marra.
Ed ora la sentenza!!!
“
08/09/2005

Eppure...
Ti sento camminare
nella pioggia,
sussurrando
impronte d’amore.
Timidi passi
di gocce silenti
solcano il cielo,
leggeri.
Un tetto di nuvole
nere
incombe sul cosmo
del nulla!
01/09/2005
tre haiku in sucessione spazio-temporale...(più o meno)

1)
Mera illusione
Rivivere un amore
Ormai sepolto .
2)
Poi ridestarsi
Col vuoto dentro al cuore
E tutt’intorno .
3)
…E soffocato
un grido di dolore
squarciò il petto