29/12/2005
C’era una volta un bimbo, che, già dal suo primo apparire nel mondo, ebbe un potere tale sugli uomini che essi, consapevolmente, o inconsciamente, ne subirono la "dolce tirannia". Era anche beffardo. La sua nascita, più di ogni altro gioioso evento del genere, era motivo di gaudio, per tutti, di felicità, di speranze, di aspettative .Egli non apparteneva a nessun paese, non aveva nazionalità alcuna; apolide e cosmopolita insieme, era di tutti e di nessuno. Sfuggiva a qualsiasi controllo, a qualsivoglia forma di legame; era libero e assoluto, padrone di se stesso, già dalla nascita. Aveva una potenza, dentro, incontrollata, incontrollabile, in virtù della quale soggiogava gli uomini, sottoponendoli alla sua volontà, ai suoi capricci, alle sue stravaganze. Man mano che cresceva, e dire che cresceva in fretta, diventava sempre più esigente, più tiranno. Subdolo, carpiva fiducia, simulatore, si conquistava affetto. Riusciva tuttavia ad essere buono, generoso, prodigo di sorrisi, di amore verso il suo prossimo, e tutti lo amavano ancor di più, alla luce di queste qualità, che, pure, possedeva. Divenne giovinetto, di bell’aspetto, disponibile verso gli altri, così almeno sembrava, ma anche più audace, più aggressivo con chi, forse, non suscitava le sue simpatie, con chi aprioristicamente aveva bandito dalla sua benevolenza, sì, ne possedeva, ma disinvoltamente, senza discernimento, a caso. E ancora le persone, tutte, era un ottimo simulatore, lui, lo amavano, lo lusingavano, lo guardavano crescere, maturare, affascinate, come dinanzi ad un immenso prato fiorito in cui si potevano gioiosamente ammirare tutti i più bei colori della natura. E, in realtà questi fiori emanavano mille profumi inebrianti che indulgevano alle più ardite speranze, che, pure, a volte, si realizzavano, ma che spesso miseramente cadevano.
Il giovinetto continuava il suo percorso di vita. Divenne un adulto, più consapevole, più indulgente, più disponibile, più buono. L’adulto divenne vecchio, canuto, stanco, ed anche un po’ bisbetico. La più assoluta indifferenza si era impadronita di lui che lasciava che il tempo si consumasse in una sorta di alienazione mentale. E venne il giorno in cui morì povero, sentimentalmente solo, perchè quegli stessi uomini che ne avevano festeggiata la nascita con gioia collettiva , proiettati già verso un futuro senza di lui, ne salutarono la morte con la medesima gioia, felici che se ne fosse andato per sempre quel bambino ormai vecchio, inutile, ingombrante. Egli era stato cattivo e buono, tiranno e amorevole, avaro e generoso, crudele e benefattore.
E… c’era una volta un altro bimbo e un altro ancora…
E gli uomini ben lieti sempre e pronti ad accoglierli, puntualmente, in lenta e rapida successione…
Morale della favola: il tempo, il mitologico titano, Kronos, figlio di Urano e di Gea, libero, incessante, fluido divenire, pur imprigionato entro sbarre ben cintate, gli anni, perennemente ribelle, conserva intatta e inviolabile la la sua libertà, e continuamente scorre, senza trascorrere, mai.
Egli è, secondo l’abito mentale degli uomini, il solo responsabile degli accadimenti della vita, ed è per questo che puntualmente, ad ogni anno che muore, si rinnova la speranza, mai caduta del tutto, che il “prossimo sia migliore del precedente”
Da qui i festeggiamenti, i fuochi d'artificio, forse propiziatori.
Buon anno a tutti!
04/12/2005

Crocifissa sull’altare dell’
Amore,
Tese le braccia,
Effigie di stanco dolore,
Nuda vittima giaccio,
Esangue!